Leggiamo oggi sui giornali del terremoto di borsa causato ieri dalla comunicazione di Tim Cook, CEO di Apple, agli investitori: l’azienda rivede le previsioni al ribasso per il prossimo trimestre e riduce l’obiettivo a circa 84 miliardi di dollari di incassi.

In precedenza, invece, l’obiettivo era stato collocato in una forchetta tra gli 89 e i 93 miliardi, differenza significativa, motivo per cui la borsa ha visto immediatamente un crollo del titolo di circa l’8%.

Avrete probabilmente letto oggi tutte le analisi del mondo e non sarò certo io a sostituirmi a chi ne sa di mercati, ma di sicuro un paio di riflessioni si possono fare.

Le motivazioni di questa situazione sono molteplici, la sola questione del prezzo mi sembra però una semplificazione un po’ eccessiva, pur essendo di certo rilevante.

Apple rivede le previsioni al ribasso: i mercati asiatici sono il punto debole della catena

In primo luogo, c’è il tema India: quello che sta per diventare il primo mercato mondiale, superando anche la Cina, ha prezzi infinitamente più bassi, ragion per cui Apple ha subito un calo drastico nelle vendite, a favore di alcuni brand cinesi e non si può prevedere un miglioramento nel medio periodo.

Quindi la Cina: alla situazione prezzo, con un sensibile calo delle vendite, si aggiunge anche quella della guerra commerciale tra USA e Cina, che ha stritolato diversi soggetti, tra cui forse il più rilevante è proprio Apple.

Alla crisi economica cinese, che ha sicuramente modificato le dinamiche di mercato, si aggiungono quindi guerra USA-Cina e competizione selvaggia dai produttori locali che hanno migliorato i prodotti in tutti i loro aspetti, con un prezzo di gran lunga più competitivo.

Ma ancora una volta, basta questo? Io darei un occhio anche ad un altro dato chiave: la crescita del mercato smartphone, che ha subito un drastico rallentamento a livello globale e in questo quadro modificato la fascia che sta soffrendo di più la frenata è proprio quella con i prezzi più alti.

E ancora: quanto pesa la cosiddetta “Apple Tax” sulle vendite dei nuovi prodotti? Per chi non lo sapesse “Apple Tax” è il nome che molti hanno assegnato alla differenza di prezzo tra i dispositivi della mela morsicata e quelli con le stesse caratteristiche della concorrenza.

Un computer oggi costa almeno 1.200 euro, un iPad Pro ha un prezzo che parte da 799 euro, per un iPhone ci vogliono almeno 889 euro, cifre tutte importanti e sicuramente motivo di riflessioni prima dell’acquisto e magari anche uno sprone a cercare alternative sul mercato.

Insomma, una combinazione di fattori che si ritorcono sulle previsioni del business di Apple, ma (probabilmente) anche un elemento del tutto fisiologico: arriva semplicemente un momento in cui chiedere di più alle proprie performance diventa semplicemente impossibile.

Lo so, nell’economia moderna è considerato inconcepibile che un’azienda ad un certo punto raggiunga un livello oltre cui non si può più andare e si smette di crescere, ma pare che stia succedendo ad Apple proprio adesso.

Apple rivede le previsioni al ribasso: ma questo cambia il valore dei prodotti?

Questo non toglie però che i prodotti siano oggi e probabilmente saranno a lungo tra i migliori del mercato e forse dovremmo spezzare questa catena per cui numeri uguale valore.

Il fatto che Apple rallenti le vendite cambia la bontà dei suoi prodotti? No, ma ovviamente accresce la felicità dei suoi detrattori, che ovviamente potranno dare di nuovo fiato ale frasi che conosciamo bene, a partire dal mantra “da quando non c’è più lui…”.

La realtà è che la crescita degli anni scorsi è stata incredibile ed è andata ben oltre le abituali performance del mercato. Dobbiamo abituarci a numeri meno scoppiettanti da parte di un’azienda che ha terminato il periodo di esplosione e che affronta ora quello più difficile, quello della gestione e del mantenimento della leadership, opera che in molti casi non è riuscita ed è risultata più complicata della conquista del mercato.

La vera sfida comincia adesso.